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Perquisizione smartphone: si può sequestrare un cellulare?

Cosa succede durante una perquisizione smartphone?

Abbiamo già accennato all’ipotesi in cui ci si trovi invischiati in una perquisizione informatica e del valore delle prove, ma oggi parliamo più nello specifico del caso di una perquisizione smartphone nell’ambito di un’indagine penale.

Prima di tutto, chiariamo che la giurisprudenza ha sostenuto e ormai affermato in modo definitivo l’ammissibilità del sequestro dello smartphone di un indagato ai fini probatori.

I cellulari, lo sappiamo, sono ormai un elemento indispensabile per ognuno di noi: li utilizziamo per chiamare per e mandare messaggi, per navigare su internet, per conservare contatti, dati sensibili e informazioni personali.

Sembra quasi una sorta di ibrido tra un diario segreto e una cassaforte.

Le informazioni conservate all’interno del vostro smartphone sono protette dalla privacy, per cui nessuno può avervi liberamente accesso.

Tuttavia, tale tutela cede il passo a superiori esigenze di giustizia e sicurezza, per cui si può ben assistere allo scavalcamento della propria privacy da parte di forze dell’ordine e Autorità giudiziaria, in presenza di fondati motivi.

Come si arriva al sequestro di uno smartphone

Immaginate di essere accusati da una presunta vittima, che abbia stampato il testo di email, sms e messaggi WhatsApp provenienti dal vostro indirizzo email o dal vostro numero di cellulare e che abbia portato il loro contenuto e la loro riproduzione cartacea dinanzi al pubblico ministero.

In questo caso, ai fini delle indagini, al pubblico ministero si presenta la necessità di verificare direttamente sul vostro smartphone il contenuto delle comunicazioni portate alla sua attenzione e di estrarne copia informatica.

Tale operazione è necessaria per conseguire una prova più attendibile di quella presentata dalla parte tramite riproduzione meccanica di una stampante.

In questo modo, il tribunale avrebbe accesso alla vostra corrispondenza, alle telefonate, ai messaggi, alle foto, ai video, ai file, per non parlare dei servizi di messaggistica istantanea, quali WhatsApp, Messenger o Telegram.

Insomma, potrebbe sembrarvi una vera e propria intrusione nella vostra vita privata e una violazione della vostra privacy e, proprio per questo motivo, il codice di procedura civile italiano ha stabilito che le intercettazioni telefoniche disposte dal giudice ed effettuate dalla polizia giudiziaria siano ammissibili solo se avvengano nel rispetto di fondamentali garanzie.

Nello specifico, deve trattarsi di reati gravi per i quali siano previsti almeno 5 anni di carcere o per i delitti contro la Pubblica amministrazione o per quelli relativi a stupefacenti, esplosivi o contrabbando, ma anche per reati come ingiuria, minaccia e usura.

Quando si tratta di uno smartphone, la Cassazione ritiene che quello di un indagato possa essere sequestrato, senza particolari cautele per tutelare la privacy del proprietario del dispositivo.

In questo modo, si procederà ad acquisizione ed estrapolazione dei dati del dispositivo per poi restituirlo di nuovo nelle mani del suo proprietario.

In una sentenza del 2019, la Corte di Cassazione ha specificato che i messaggi su WhatsApp, gli sms e le email acquisite durante la perquisizione smartphone hanno natura di documenti e non rientrano nel concetto di intercettazione telefonica né di corrispondenza, sottraendosi quindi alle relative garanzie.

Non si tratta, infatti, di intercettazione telefonica, in quanto questa prevede che sia captato un flusso di comunicazioni in corso, mentre nel caso di sequestro e perquisizione smartphone si verifica un’acquisizione a posteriori dei dati sulla memoria del dispositivo.

A seguito dell’estrapolazione e per garantire l’integrità e l’affidabilità del dato estratto, è rilasciata copia forense dei dati reperiti sul cellulare, così che questi possano essere utilizzati come prove forensi.

Ecco allora che il sequestro di uno smartphone è legittimo per effettuare l’estrazione di copia integrale dei dati da utilizzare come fonte di prova.

In considerazione della loro natura di documenti, per l’acquisizione non sono necessarie le precauzioni e le procedure previste per intercettazioni e sequestro della corrispondenza, né tanto meno per le intercettazioni.

Poteri dell’indagato

Il soggetto che si trovi ad essere coinvolto in una perquisizione e nel sequestro del proprio cellulare, però non è tenuto a fornire i codici di accesso dello smartphone, in applicazione del principio per cui un indagato o un imputato non sono obbligati a fornire prova della propria responsabilità penale.

Proprio per questo motivo, il proprietario del dispositivo può fornire i codici di accesso al proprio cellulare e ai propri profili social, soprattutto se vuole collaborare con l’autorità giudiziaria, ma non può essere obbligato a farlo né da tale suo comportamento può essere tratta prova di una sua eventuale colpevolezza.

Anche una volta concretizzata tale “intrusione”, per quanto legittima sia, potete però avere un modo per difendere la vostra privacy.

Ad esempio, nel caso in cui abbiate installato e utilizzato sul vostro smartphone Crypty Talk, infatti, le conversazioni effettuate tramite quest’app non possono essere visualizzate da nessun altro che non sia la persona in possesso dei codici d’accesso: quindi, solo dal proprietario dello smartphone, per intenderci.

Ciò non è avviene con altre app: in questo caso, è possibile reperire e visualizzare tutti i dati dalle app di comunicazione attraverso un clone del cellulare.

Insomma: il sequestro è possibile in presenza di esigenze di sicurezza e giustizia, ma non si è tenuti a facilitare il reprimento delle informazioni sul dispositivo.

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